Figli Santi
Santa Gemma Galgani, figlia in casa d'altri
Fiat voluntas tua
Orfana a diciannove anni, respinta dal monastero per la salute, morta a venticinque senza aver mai preso i voti: la santità di una laica che non ebbe mai uno stato proprio, se non quello di figlia.
Fonte: Estratto dei processi; Lettere e Diario di Gemma Galgani; biografia del ven. Germano Ruoppolo, C.P.
Non voglio essere altro che quello che Gesù vuole che io sia, e dove Egli mi vuole.
Su Gemma Galgani grava un equivoco: il nome evoca subito le stimmate, le estasi, il soprannaturale spettacolare. Chi la legge così la mette fra i casi straordinari, cioè fra quelli che non riguardano nessuno.
Riguarda invece esattamente ciò di cui questo portale si occupa. Gemma è la santa di chi non ottiene lo stato che desidera: non fu sposa, non fu madre, non fu religiosa. Morì a venticinque anni senza aver mai avuto un titolo, in una casa che non era la sua, obbedendo a chi ve l’aveva accolta.
Tutto le fu tolto
Nacque a Camigliano, presso Lucca, il 12 marzo 1878, quinta di otto figli. Il padre, Enrico Galgani, era farmacista; la casa era agiata.
- 1886: la madre, Aurelia, muore di tubercolosi. Gemma ha otto anni.
- 1894: muore il fratello Gino, seminarista, che l’aveva assistita nella malattia.
- 1897: muore il padre, rovinato dai debiti. Gli ufficiali giudiziari svuotano la casa. Gemma ha diciannove anni e resta con i fratelli minori.
Da quel momento tenne la casa e i fratelli, come una madre che non era. Poi una tubercolosi vertebrale la ridusse all’immobilità; guarì nel 1899, e attribuì la guarigione all’intercessione di san Gabriele dell’Addolorata.
Il rifiuto, e ciò che ne fece
Voleva farsi Passionista. Il monastero la respinse, per la salute malferma. Non una, più volte.
È il punto decisivo della sua vita, e non lo si legge quasi mai: Gemma non trasformò il rifiuto in amarezza né in rivendicazione. Rimase laica, nel mondo, senza abito e senza regola, e cercò l’obbedienza dove poteva averla — nel direttore spirituale, il ven. Germano Ruoppolo, e nella famiglia Giannini di Lucca, che nel 1900 la accolse in casa come una figlia.
Là visse gli ultimi tre anni: in casa d’altri, sotto un’autorità non sua, senza diritti. Aiutava nei lavori domestici, si occupava dei bambini, e ubbidiva a Cecilia Giannini in tutto.
Le stimmate e l’obbedienza
Dal giugno 1899 ricevette ogni settimana, dal giovedì sera al venerdì, ferite alle mani, ai piedi e al costato, che si chiudevano il sabato. Vi si aggiunsero altri fenomeni.
La Chiesa non la canonizzò per questo. Il processo esaminò i fenomeni con estrema severità e la causa fu costruita sulle virtù, non sulle stimmate. Ciò che risultò decisivo fu che Gemma:
- sottomise ogni fenomeno al direttore spirituale, e obbedì quando le fu ordinato di chiedere che cessassero — e cessarono;
- non ne parlò con nessun altro, né ne trasse considerazione;
- rifiutò di essere trattata come un caso, e continuò a rammendare e a badare ai bambini.
Il segno della verità, in mistica, non è il fenomeno: è la prontezza a lasciarlo giudicare da un superiore.
Morì l’11 aprile 1903, Sabato Santo, di tubercolosi, in una stanza in affitto, assistita dalla famiglia che l’aveva adottata. Pio XI la beatificò nel 1933; Pio XII la canonizzò il 2 maggio 1940, a trentasette anni dalla morte.
Perché sta nella rubrica dei figli
Gemma non fu madre, non fu sposa, non fu religiosa: lo stato di figlia fu l’unico che ebbe, e lo ebbe per due volte — nella casa del padre finché ci fu, e poi in una casa che non le doveva nulla.
Il suo caso dice due cose a una famiglia cattolica:
- Lo stato laicale non è un ripiego. Chi non riceve una vocazione dichiarata non è per questo escluso dalla santità: è chiamato a viverla senza abito e senza regola, che è più difficile e non meno alto.
- Accogliere in casa è un ufficio. I Giannini non fondarono un’opera: presero in casa una ragazza povera e malata e la trattarono da figlia. Non compaiono nei calendari, e senza di loro Gemma non avrebbe avuto dove essere santa.
Che cosa imita una famiglia oggi
- Non fare della vocazione mancata un lutto permanente. Ciò che resta è la via che resta.
- Sottomettere l’esperienza spirituale a un giudizio esterno: confessore, direttore, non il proprio sentimento.
- Aprire la casa a chi non ha stato: un parente rimasto solo, un orfano, un malato. È un ufficio domestico, non un’opera di carità straordinaria.
- Diffidare del meraviglioso e chiedere le virtù — lo ha fatto la Chiesa nel suo processo, e proprio così l’ha canonizzata.
Sancta Gemma, ora pro nobis.
Sancti Dei, orate pro nobis. — Santi di Dio, pregate per noi.